Villa Ghirlanda Silva – Cinisello Balsamo – (attualmente in ristrutturazione)
domenica 4 febbraio 2018
giovedì 25 gennaio 2018
dicembre - gennaio
Quando un viaggio è ricerca, ponte...
Un viaggio anomalo questo di una notte di fine dicembre.
Nessun castello, borgo antico, villa d'epoca, museo da visitare o fotografare.
Un viaggio che ha inizio con una notizia letta per caso sul web.
Una Vita che incrociò la mia, anni fa, è in pena per il suo amato micio, scomparso senza motivo.
La Vita che ha tracciato per noi percorsi così lontani, in un istante ci riavvicina.
Un viaggio notturno, lungo vie silenziose, attraverso il buio: una ricerca.
Un viaggio che nulla ha di razionale: pare più un sogno, un'illusione.
La Vita è anche questo: un gatto da ritrovare e i neuroni-specchio che seminano lacrime, che contagiano e si allineano sullo stesso dolore.
Questo anomalo viaggio ha un lieto fine: il gatto fa ritorno qualche giorno dopo.
Una cena insieme per gioire: parole, ricordi, presente e passato uniti saldamente.
Grazie D.
martedì 9 gennaio 2018
30 dicembre 2017 - Castello di Melegnano
Il Castello di Melegnano si erge sulla via Emilia, in una posizione un tempo strategica .
I testi fanno risalire alla seconda metà del 1200 le sue origini, ma di fatto entra nella storia con Matteo I Visconti.
Dopo la divisione di Milano e del suo contado tra i fratelli Galeazzo e Bernabo', viene assegnato a quest'ultimo, che ne amplia l’antica struttura, dandole l’aspetto di un'imponente dimora con pianta a quadrilatero, mattoni intonacati a vista e alte torri angolari.
Per la cronaca, che mescola storia a leggenda, si narra della frequente permanenza a Melegnano di Bernabò e dei suoi accesi contrasti con la Chiesa.
L’episodio della scomunica è certo il più noto. Si narra che egli costrinse i due ambasciatori del Papa a mangiare, pezzo per pezzo, la bolla papale.
Il Castello, polo strategico per il controllo della zona a sud di Milano, oltre a dimora dei Visconti, era alloggiamento di truppe e personale addetto all'amministrazione di tutto il territorio circostante, che assicurava entrate costanti nelle casse del ducato milanese.
Altro particolare da segnalare: quando Gian Galeazzo, nipote e genero di Bernabò e suo successore, divenne Duca di Milano e fu incoronato in Sant’Ambrogio nel 1395 ( estendendo il suo potere su tutta la Lombardia) sullo stemma ducale dei Visconti comparve l’aquila imperiale.
Gian Galeazzo, durante il periodo della peste di Milano, cercò rifugio nel Castello di Melegnano, ma non scampò al contagio e qui morì nel 1402.
Nel 1500 subentrano i Medici, che solo nel 1981 vendono il Castello alla provincia di Milano.
Dopo la divisione di Milano e del suo contado tra i fratelli Galeazzo e Bernabo', viene assegnato a quest'ultimo, che ne amplia l’antica struttura, dandole l’aspetto di un'imponente dimora con pianta a quadrilatero, mattoni intonacati a vista e alte torri angolari.
Per la cronaca, che mescola storia a leggenda, si narra della frequente permanenza a Melegnano di Bernabò e dei suoi accesi contrasti con la Chiesa.
L’episodio della scomunica è certo il più noto. Si narra che egli costrinse i due ambasciatori del Papa a mangiare, pezzo per pezzo, la bolla papale.
Il Castello, polo strategico per il controllo della zona a sud di Milano, oltre a dimora dei Visconti, era alloggiamento di truppe e personale addetto all'amministrazione di tutto il territorio circostante, che assicurava entrate costanti nelle casse del ducato milanese.
Altro particolare da segnalare: quando Gian Galeazzo, nipote e genero di Bernabò e suo successore, divenne Duca di Milano e fu incoronato in Sant’Ambrogio nel 1395 ( estendendo il suo potere su tutta la Lombardia) sullo stemma ducale dei Visconti comparve l’aquila imperiale.
Gian Galeazzo, durante il periodo della peste di Milano, cercò rifugio nel Castello di Melegnano, ma non scampò al contagio e qui morì nel 1402.
Nel 1500 subentrano i Medici, che solo nel 1981 vendono il Castello alla provincia di Milano.
Nel 2001 la parziale apertura al pubblico dell’edificio, con visite guidate a cura della pro-loco il sabato e la domenica.
Allo stato attuale, le ali laterali non sono ancora utilizzate ( in parte vuote/in attesa di ulteriori opere di recupero) e solo il corpo centrale è utilizzato per attività culturali.
Allo stato attuale, le ali laterali non sono ancora utilizzate ( in parte vuote/in attesa di ulteriori opere di recupero) e solo il corpo centrale è utilizzato per attività culturali.
a.t.
sabato 9 dicembre 2017
8 dicembre 2017 - Castello Dal Verme
Otto dicembre 2017.
La giornata è gelida.
I prati e i profili delle colline circostanti sono imbiancati.
Siamo nei pressi di un piccolo borgo dal singolare nome di Zavattarello, perso nel nulla della Val Tidone - Oltrepò Pavese.
Sulla sommità di una collina, completamente circondato da un fitto bosco, un castello unico per bellezza e maestosità domina la valle.
Unico anche (e forse) per il contrasto fra l’impatto visivo esterno e quanto ricostruito internamente.
Le possenti mura perimetrali in pietra, spesse fino a quattro metri, che hanno fatto di questa fortezza un luogo storicamente inespugnabile, contengono oggi una moltitudine di sale troppo modernamente ripristinate. Alcune sono destinate ad un museo d’arte contemporanea, altre a cerimonie di vario genere, altre ancora sono arredate con un’accozzaglia di oggetti di cui non ho trovato logica.
Per la cronaca: nel 1944 un incendio ad opera delle truppe tedesche distrusse completamente le strutture interne del castello e il successivo suo abbandono fino al 1978 fece il resto.
Leggo sulla locandina: “Eventi, mostre, conferenze, matrimoni, animano le sale, dove antico e moderno si compenetrano, creando un intreccio unico, intriso di emozione”.
Personalmente mi aspettavo che almeno una parte del castello rispecchiasse il suo passato.
La sua storia ha inizio nel X secolo, prosegue con le immancabili e cruenti guerre fra le potenti famiglie locali (Landi e Scotti) e s’intreccia con il potere temporale della Chiesa che ne ratifica il passaggio di proprietà (1391) al capitano di ventura Jacopo Dal Verme.
1485: l’erede Pietro Dal Verme viene avvelenato dalla moglie Chiara Sforza con l’appoggio dello zio Lodovico il Moro.
Il castello sopravvive, resiste a decenni e decenni di altre guerre. Ha mura difensive inespugnabili; un solo ingresso possibile tramite uno stretto ponte levatoio; un doppio muro perimetrale, oltrepassato il quale l’ignaro nemico si ritrova in un minuscolo cortile interno, chiuso da alte mura difese da arcieri.
Peccato, ripeto, che l’atmosfera di questo luogo si spenga appena varcata la soglia d’ingresso della prima sala.
Ad eccezione di una prigione e della sala delle armi trasformata in cantina, il resto degli ambienti è assolutamente anonimo.
La delusione ha il suo culmine sulla cima della torre di avvistamento: l’intero perimetro, che si affaccia su un panorama da favola, è costellato di antenne paraboliche, cavi volanti e altri marchingegni.
Trovo un angolo libero, prendo la mira: click…il sole è già oltre le colline.
martedì 14 novembre 2017
11 novembre 2017 - Varazze
Vento forte, cielo velato, temperatura decisamente fredda.
11 novembre 2017 il mare d’inverno non sempre fa miracoli.
Lasciamo la spiaggia di Varazze così come l’abbiamo trovata, deserta e silenziosa e puntiamo verso l’entroterra.
Da piazzale Carlo Alberto dalla Chiesa seguiamo via Piave, lungo il torrente Téiro completamente in secca.
Il viadotto dell’autostrada ci sovrasta con le sue altezze inquietanti: un impatto visivo orrendo ma, dicono, inevitabile.
Appena oltre l’ombra del mostro stradale, sulla destra, una scalinata, contrassegnata da una croce e un punto rossi, indica l’inizio del nostro cammino.
La meta è la cappellina del beato Jacopo che sorge dove, si narra, esisteva la sua dimora.
Una sequela di oltre trecento gradini, con dislivelli irregolari, mi stronca subito il respiro. Il mio repertorio di gite sulle montagne del Brenta a poco vale oggi.
Ho nostalgia di quei luoghi: percorrendo questa via è inevitabile il paragone. Qui in Liguria, e non me ne vogliano residenti e amanti di queste terre, tutto pare provvisorio, posticcio, approssimato.
Non metto in dubbio la necessità di dotare il sentiero che stiamo percorrendo di scorri-mano e di gradini in cemento in grado di resistere alle più intense piogge alluvionali, ma il risultato è pessimo.
Ai lati, orti e colture di ulivi e agrumi spuntano da muri di cinta fatti di sassi, sulle cui sommità brillano “…cocci aguzzi di bottiglia” (cit.).
Gli alberi di mimosa hanno i rami già pronti a donare la prossima fioritura, mentre quelli di fico spuntano dagli anfratti più impensabili. Qua e là casolari diroccati e vecchi capanni trasformati in villette di recente ristrutturazione.
Ogni tanto piccoli slarghi ( posticci e mal tenuti) danno la possibilità di osservare il panorama e di riprender fiato.
Oltrepassata la chiesetta di San Giuseppe, all’interno di una piccola frazione abitata, una vecchia mulattiera si inerpica in un bosco di castagni. Da qui l’eco e i rumori della valle si attenuano.
Alzo gli occhi al cielo, seguendo le evoluzioni acrobatiche dei gabbiani: nessun rapace in vista.
Il paesaggio cambia poi repentinamente: i profili delle colline portano ancora le tracce di un vasto incendio, dalle cui ceneri hanno trovato nuova vita pini, arbusti di ginepro e mirto e mantelli di erica ancora in fiore.
Circondata dal silenzio e dalla incuria, troviamo la cappella del beato Jacopo, un frate che fu anche scrittore e cronista, oltre che vescovo di Genova nel XIII secolo. Un cancelletto in ferro pieno di pigne, fiori, oggetti di ogni tipo, ci impedisce l’ingresso. Lasciamo la nostra pigna incastrata, accanto a quella dei tanti altri fedeli o semplici turisti di passaggio e poi dall’alto ( tutto è relativo: siamo solo a 300mt ) ci perdiamo nei colori del mare.
a.t.
Iscriviti a:
Post (Atom)
