La pioggia è prevista nel pomeriggio e, come da copione, ci ha benedetti sulla via del rientro.
La montagna è così: parti con l’azzurro e incroci le dita perché il cielo non ti inondi d’acqua.
Con la navetta, da Santa Caterina raggiungiamo il Rifugio Forni.
Ore 9:40 - dopo aver ricontrollato la mappa, su mia richiesta, imbocchiamo il sentiero glaciologico basso in direzione del Rifugio Branca.
Per raggiungere la meta è molto gettonato il percorso alto, quello con i ponti tibetani. Il cielo però non mi convince: meglio la via più tranquilla.
Il nostro sentiero segue il torrente Frodolfo che nasce da quel che resta del ghiacciaio dei Forni, fino a qualche anno fa uno dei più grandi delle Alpi italiane.
La natura si mostra in questo luogo con sorprendenti sfaccettature.
Qui convivono distese di fiori multicolori e grigie pareti rocciose; rosse pietre moreniche e acque d’un azzurro celestiale.
Lungo il sentiero sono presenti numerosi pannelli didattici che ricordano gli studi del ghiacciaio da parte di Ardito Desio e Antonio Stoppani.
Notizie dal web: “a partire dagli anni Venti del Novecento, Ardito Desio condusse rilievi sistematici per conto del Comitato Glaciologico Italiano. Le sue campagne di misura documentarono con precisione l’evoluzione del ghiacciaio attraverso fotografie, cartografie e rilievi topografici, creando una delle serie storiche più importanti delle Alpi italiane.
Desio intuì quanto fosse importante osservare il ghiacciaio nel lungo periodo. Le sue misurazioni, confrontate con quelle attuali, mostrano che la lingua glaciale si è ritirata di quasi 3 chilometri rispetto all’inizio del XX secolo e che, dal 2016, quello che un tempo era un unico ghiacciaio si è frammentato in tre corpi distinti. Questo rende il Ghiacciaio dei Forni uno dei casi di studio più significativi in Europa. “
















































