sabato 24 ottobre 2015

Ottobre



Ripercorro sentieri, sentendo l’eco dei passi di un tempo.
Conosco ogni foglia di questo cammino e amo la sfida dei suoi viali alberati, che vorrebbero arginare il mio sguardo. 
Il rumore della natura ritma il mio respiro. 
Mi inchino davanti ad un albero abbattuto che profuma ancora di resina. 
Le schegge che escono dal suo tronco al suolo
tagliano il passare del vento.

















domenica 18 ottobre 2015

Shenzhen: un’enigma subtropicale


Tu in Cina ora, lontano, a Shenzhen, con i suoi tredici milioni di abitanti, catapultato in una terra che solo qualche decennio fa era un villaggio di pescatori e che fu scelta dalle autorità governative del dopo regime, per diventare una zona ad economia speciale. 


Scrivere del viaggio che stai compiendo e che io non sto vivendo, ma che percepisco solo attraverso i tuoi scatti e le tue parole, non è semplice. Mi chiedo cosa manchi, perché non sia solo resoconto, cronaca astratta; perché il mio descrivere abbia un’anima . Ho già in parte la risposta: non ho vissuto la gente, i suoni del suo linguaggio, le espressioni dei suoi volti. Mi manca non aver potuto percepire l’atmosfera che ogni luogo è capace di emanare e che solo calpestandone il suolo ti entra sotto pelle. Ci sono luoghi caotici, che tolgono il respiro; di altri si avverte la pace, l’equilibrio; di altri ancora la neutralità, come se una pellicola trasparente li avvolgesse, impedendone ogni contaminazione. Shenzhen continua a restare per me un’enigma subtropicale. Ho ascoltato il tuo dire in questi giorni di rari collegamenti via web, ma posso solo creare il negativo fotografico del tuo racconto, perché il mio pensiero continua a macinare la tua assenza qui, accanto a me, fra queste mura, più che la tua presenza al di là del mondo. Mi mancano i colori e temo di cadere nella malinconia del vuoto. Aspetterò il tuo ritorno, per parlare di Shenzhen-città.



Quando ti ho chiesto se non hai paura della lontananza, dell’essere straniero in terra così lontana dalla nostra cultura, mi hai risposto che basta lasciarsi andare, abbandonarsi nel flusso della differenza, perché ciò diventi nuovo mare da navigare. Solo così il suono di una lingua sconosciuta  può trasformarsi in musica e il paesaggio, in una nuova dimora. E poi esiste un linguaggio che non ha bisogno di interpreti, di traduzioni: è la mimica dei visi, dei sorrisi, degli sguardi. Ovunque al mondo è riconoscibile e ti fa sentire a casa.



Per tali ragioni mi limiterò a pubblicare solo qualche tuo foto, senza aggiungere commento, per prendere poi congedo da questo mio viaggio ideale, attraverso l’ideogramma che mi hai inviato e che ti ha tracciato il tuo collega cinese. Mi ha lasciato senza parole e con gli occhi inondati di lacrime. “donna” è scritto nel primo simbolo. “ bambino” è quella specie di 3 che vien subito dopo. Se li si unisce, danno vita all’ideogramma che significa “ cosa buona”.
A presto.












lunedì 12 ottobre 2015

Dodici ottobre 2015

In questa malinconica giornata di ottobre catturo immagini, nell’illusione di fissarvi anche lo scorrere del tempo.
Vorrei fermare l’azzurro del cielo e rallentare lo sciogliersi delle foglie dai rami. 
Percorro ancora una volta un angolo della mia città che mi stupisce per i suoi contrasti. Vado a cercare, come sempre, quella casa abbandonata, chiusa in un recinto armato, come potesse raccontarsi a me ancora una volta. 
Una striscia di filo spinato le fa da scudo e ferisce il mio sguardo.
Poco lontano, altre case mute, inghiottite dai rampicanti che ne scalano i muri, colonizzano i tetti e fuoriescono a cascata da ogni fessura.
La vita si aggrappa tenacemente…
Inquadro una serie di finestre dalle imposte divelte, stampate su pareti scrostate, inchiodate, percorse da cavi come fossero cicatrici.
C’è un’area dismessa, poco lontano: un altro enigma di questa città.
Scheletri in ferro arrugginito in precario equilibrio disegnano percorsi, pensiline, recinti ormai inutili.
Il mio cielo azzurro si fa largo nello squarcio di una lastra divelta.
Ritorno verso casa lungo il fiume e un oleandro in fiore regala un sorriso al mio ultimo scatto.


























sabato 12 settembre 2015

Percorsi in Umbria

Umbria. Tonde colline, contese fra ulivi e viti, borghi antichi e borghi un po’ troppo
anticati.
Gubbio mi accoglie in un grigio pomeriggio di vento. Il mio sguardo punta subito in alto, a studiare gli inspiegabili incastri di tetti, finestre, muri. Torri merlate e campanili muti riempiono il cielo. Mi perdo in un labirinto di strette viuzze, dove la luce non può farsi strada. Il contrasto con la vastità degli spazi verdi che circondano il paese è stridente. Ritrovo il sole pochi istanti prima del suo tramonto, dall’alto della piazza del municipio e mi fermo ad assorbirne i colori.
Spello, Perugia, Assisi: le mete del giorno dopo. Un comune passato di invasioni, domini, guerre, distruzioni, rinascite.
La storia si ripete e si stratifica.
Resti romani a sostenere balconi di abitazioni private, inglobati in muri intonacati.
Il passato che sorregge il presente.
Santi e reliquie in sovrannumero.
Miti e leggende; draghi, aquile e vergini; il sacro e il profano mescolati fino a confondersi.
Le vie della preghiera intima e i percorsi che di spirituale conservano ben poco, perché trasformati, rielaborati, spogliati di ogni senso originario, più simili a gite fuori porta.
A bilanciare il disagio che provoca in me l'invadente rumore di sottofondo, che ritrovo in ogni piazza, nei pressi e persino all’interno dei luoghi detti - sacri, ecco di nuovo la natura, prodiga nei suoi colori e il cielo, che oggi è azzurro come le volte di Giotto.
Sono partita per questo viaggio in cerca di ciò che ho ritrovato lontano da dove mi sarei aspettata. Sarà una voce fuori dal coro la mia, ma sono rimasta neutrale ad Assisi, in una cittadina più carica di turisti che di pellegrini. Per contro, il silenzio che avvolge le interminabili e spoglie pareti del duomo di Orvieto, mi ha commosso fino alle lacrime.