domenica 18 ottobre 2015

Shenzhen: un’enigma subtropicale


Tu in Cina ora, lontano, a Shenzhen, con i suoi tredici milioni di abitanti, catapultato in una terra che solo qualche decennio fa era un villaggio di pescatori e che fu scelta dalle autorità governative del dopo regime, per diventare una zona ad economia speciale. 


Scrivere del viaggio che stai compiendo e che io non sto vivendo, ma che percepisco solo attraverso i tuoi scatti e le tue parole, non è semplice. Mi chiedo cosa manchi, perché non sia solo resoconto, cronaca astratta; perché il mio descrivere abbia un’anima . Ho già in parte la risposta: non ho vissuto la gente, i suoni del suo linguaggio, le espressioni dei suoi volti. Mi manca non aver potuto percepire l’atmosfera che ogni luogo è capace di emanare e che solo calpestandone il suolo ti entra sotto pelle. Ci sono luoghi caotici, che tolgono il respiro; di altri si avverte la pace, l’equilibrio; di altri ancora la neutralità, come se una pellicola trasparente li avvolgesse, impedendone ogni contaminazione. Shenzhen continua a restare per me un’enigma subtropicale. Ho ascoltato il tuo dire in questi giorni di rari collegamenti via web, ma posso solo creare il negativo fotografico del tuo racconto, perché il mio pensiero continua a macinare la tua assenza qui, accanto a me, fra queste mura, più che la tua presenza al di là del mondo. Mi mancano i colori e temo di cadere nella malinconia del vuoto. Aspetterò il tuo ritorno, per parlare di Shenzhen-città.



Quando ti ho chiesto se non hai paura della lontananza, dell’essere straniero in terra così lontana dalla nostra cultura, mi hai risposto che basta lasciarsi andare, abbandonarsi nel flusso della differenza, perché ciò diventi nuovo mare da navigare. Solo così il suono di una lingua sconosciuta  può trasformarsi in musica e il paesaggio, in una nuova dimora. E poi esiste un linguaggio che non ha bisogno di interpreti, di traduzioni: è la mimica dei visi, dei sorrisi, degli sguardi. Ovunque al mondo è riconoscibile e ti fa sentire a casa.



Per tali ragioni mi limiterò a pubblicare solo qualche tuo foto, senza aggiungere commento, per prendere poi congedo da questo mio viaggio ideale, attraverso l’ideogramma che mi hai inviato e che ti ha tracciato il tuo collega cinese. Mi ha lasciato senza parole e con gli occhi inondati di lacrime. “donna” è scritto nel primo simbolo. “ bambino” è quella specie di 3 che vien subito dopo. Se li si unisce, danno vita all’ideogramma che significa “ cosa buona”.
A presto.












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