Da quella città così lontana lo zio G. mi aveva portato un paio di nacchere.
Era il 1970 o giù di lì.
La Spagna aveva ancora a che fare con un certo generale, ma per me “Mandrid” era solo la città dei colori, dei balli ritmati e dei racconti inquietanti.
Sì, perché a “Mandrid” era anche lecito trasformare i tori in giganteschi spiedini.
Il mito crollò quando la maestra corresse in Madrid il nome della “mia città “, che da quel momento divenne di grigio vestita.
In tutti questi anni mi sono sentita orfana di una lettera.
Nominando la capitale spagnola, mancavano sempre alcuni colori.
Linate.
Cinquant’anni dopo.
L’aereo parte con gran ritardo e si infila in un groviglio di nuvole, neanche a farlo apposta, grigie.
Il viaggio è interminabile.
Lontana dal finestrino, la mia vista vaga annoiata fino all’atterraggio, dal corridoio alle pagine di un libro.
L’incontro con “la città dai colori da ritrovare” necessita di un tempo sospeso che ha le dimensioni di uno sconfinato limbo.
Per uscire dall’aeroporto un dedalo di scale, corridoi, indicazioni vaghe, suoni, idiomi sconosciuti e un trenino affollato.
Dal grigiore, appare finalmente una scintilla: la navetta che mi conduce all’albergo.
Lungo la superstrada che taglia la periferia della capitale si susseguono scatole a forma di case, anonime e incolori. In ogni angolo del mondo i quartieri dormitorio si somigliano.
Mezz’ora di tempo ed eccomi proiettata a Madrid centro, con le sue vie sotto scacco, per lavori in corso. Polvere gialla posata ovunque, anche sui miei palmi che hanno appena sfiorato una transenna.
Risalgo verso Plaza Major e mi scontro con il rosso che esplode fra i canti esagerati dei tifosi dell’Arsenal. Questa sera la partita di calcio contro il Real. I gradi alcolici vibrano già nell’aria, nonostante sia solo pomeriggio.
Piove.
Raffiche gelate mi sbiancano mani e piedi.
Cammino zigzagando fra la folla.
L’ombrello dimezza la mia visuale.
A me piace guardare le città dal basso verso l’alto in cerca del colore del cielo, ma ora ho la sensazione di percorrere un cunicolo buio.
Osservo le code infinite davanti ad ogni museo.
Trovo vecchio e nuovo; palazzi tirati a lustro e angoli fatiscenti.
Il bianco accanto al nero.
Fermo in pochi fotogrammi pezzi di vita passata, degradata, dai toni cupi e trasandati.
Sulle serrande abbassate e arrugginite di alcuni negozi mi incuriosiscono gli abbinamenti creati da occasionali mosaici di carta. Vecchi avvisi, locandine, fotografie, parole dimenticate a formare un ponte fra passato e presente, che ondeggia al ritmo del vento.
Non ho invece il coraggio di riprendere i tanti senzatetto: un’enorme voragine nera che risucchia ogni colore.
Settimana Santa.
In serata la città si ferma per le mastodontiche processioni.
Folle e file multicolori ad attendere figuranti dai cappucci neri, palchi con statue scintillanti, una Madonna dal cuore trafitto di spade.
La gente sorride, attende e applaude. Mi pare di sentire il ritmo delle nacchere dello zio Z.
Suoni e colori si mescolano in un’unica grande energia.
domenica 27 aprile 2025
Aprile 2025 - Un viaggio a colori - Destinazione Madrid, anzi…Mandrid.
La notte passa in un istante.
Il giorno successivo ritrovo “la mia Mandrid” nel sole e nell’azzurro del cielo. Bella, monumentale, imponente.
Esco dal centro e cammino lungo un immenso viale che riconosco come fosse un’immagine impressa da sempre nella mia mente.
"Mandrid", la città dei colori che ritrovo nelle tele del Prado e del Museo della Regina S.
Un oceano di vite, di storie e di emozioni che si estende fra il bianco dei paesaggi di Brueghel e il nero di Guernica.
"Mandrid", la città dei colori e delle lacrime, le mie.
Al cospetto dei tulipani gialli dell’Orto Botanico, sei venuto a trovarmi, Padre, vestito con le piume d’inchiostro di un timido merlo.
a.t
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