lunedì 21 marzo 2016

Greggi di città

Domenica 20 marzo 2016.

I presupposti per un pomeriggio di fotografia ci sono tutti: fine settimana di riposo, primo giorno di primavera, cielo limpido, temperatura gradevole,  fiori e gemme ovunque. 
Partiamo a piedi: di zone verdi vicino a casa, fortunatamente, ne esistono ancora. 
Poche centinaia di metri, qualche scatto per scaldare mano e vista e ci ritroviamo inglobati in un gregge di pecore. Nulla di strano se fossimo stati in aperta campagna; un po’ meno, visto che il centro città dista neppure mezzo chilometro. 
Cogliamo al volo questa singolare occasione di documentare uno degli ultimi casi monzesi di contaminazione fra natura e città.
A pochi metri da noi c'è una superstrada dove il tempo sfreccia alla media di 130 all’ora; qui invece, fra belati e scampanii, il ritmo è quello del “rallenty”. 
Le pecore dal pelo arruffato e bi-color ( bianco-fango) ci guardano come fossimo alieni. Alcune di loro sostengono il nostro sguardo quasi con durezza: sono le madri con al seguito i loro indifesi e immacolati agnellini.
Altre abbassano il capo e si mimetizzano con le compagne, un po’ come succedeva a scuola, quando il professore apriva il registro, pronunciando la fatidica frase: “oggi interroghiamo…”. 
Seguiamo il gregge, scortati da un enorme cane bianco dall’aspetto regale e da tre cuccioli multi-color che saltellano allegramente come ranocchie. Probabilmente, senza il permesso del pastore,  il grosso cane bianco, così perfettamente calato nel suo ruolo di tutore del gregge,   avrebbe messo subito fine al nostro reportage . 
Il pastore, dal canto suo, era già stato rassicurato sul nostro essere semplici fotografi del fine settimana: “no, non siamo della asl, non siamo giornalisti, non ci manda nessuno…”. 
Da questo momento si alza un sipario che ci lascia piacevolmente senza parole: a volte la vita riserva piacevoli incontri e mette sul nostro cammino persone che, pur nella loro semplicità, hanno un mondo speciale attorno, un’anima che lascia il segno. 
Abituato a usare la voce solo per richiamare i suoi animali, al pastore bastano poche parole e qualche gesto per entrare in empatia con noi. Ci apre il suo regno, fra le mura ormai decrepite di una cascina abbandonata, ci mostra orgoglioso due capretti nati da poche ore. Cogliamo un suo attimo di commozione quando ci spiega, con la rassegnazione di chi conosce le leggi della natura, che il terzo nato non è sopravvissuto e i suoi occhi si riempiono di lacrime ricordando il cane che gli era stato accanto per tanti anni e che ora non c’è più. Poi, tornando da quei tristi ricordi, chiede, con una punta di orgoglio, di essere fotografato mentre munge le sue capre. 
Una vita ai margini la sua, senza dubbio difficile da mantenere a galla in un contesto quale è il nostro. 
Una vita ferma a ritmi ai quali noi non siamo più avvezzi. 
Una vita che forse tiene volutamente le distanze dalla nostra quotidianità, per entrarvi solo al bisogno. 
Non stupisca, allora, che pastore nella tasca dove conserva un fischietto abbia anche il cellulare. Ci lascia il suo numero nel caso volessimo tornare a trovarlo, perché …”sapete…non ho un ufficio dove rintracciarmi”…
E non stupisca neppure che, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, guardi pure il cielo e il sole ormai prossimo al tramonto, per stabilire l’ora esatta per mettere al riparo i suoi animali. 




























mercoledì 16 marzo 2016

Arcore - Villa Borromeo D'Adda

Un gioiello a pochi passi da casa, che ogni volta mi lascia sospesa fra due sentimenti: l’incanto e la perplessità.


Leggo la storia di questa splendida dimora. Parla di un complesso formato inizialmente da due ville distinte: una risalente alla seconda metà del Seicento e l'altra costruita cento anni più tardi, su una collinetta chiamata la Montagnola.
Si narra di passaggi di proprietà, di ristrutturazioni e interventi architettonici che hanno completamente modificato il progetto iniziale.
Fra la metà e la fine del 1800 vengono unificati e ripiantumati i due giardini preesistenti, restaurata e ampliata la residenza detta della “Montagnola”, mentre viene abbattuto il corpo centrale del palazzo sottostante , per creare un grande ingresso con cancellata, una portineria e una cappella neorinascimentale.
Dal 1980 il Comune di Arcore ne è il proprietario e il parco è stato aperto al pubblico, ma da tempo il degrado ha inghiottito ciò che una volta era un gioiello dell’architettura lombarda. I vandali e l’abbandono hanno ridotto la Villa ad una struttura pericolante, malamente impacchettata da ponteggi arrugginiti, ingabbiata come una belva.
Dopo tanto degrado, leggo, un recente progetto di restauro riporterà allo splendore questa Villa .

Dodici marzo 2016

Percorriamo in silenzio, la macchina fotografica fra le mani, il perimetro attorno alla Villa. Personalmente ho quasi timore a fotografarla.
Le sue crepe, le finestre murate per impedire accessi indesiderati, i decori in ferro battuto in parte divelti, i gradini sbriciolati, le erbacce, mi trasmettono un senso di tristezza e di abbandono.
Non sento la vita, non riesco a immaginare che lì ce ne fu.

Cerco particolari illuminati dal sole, abbracciati dalla natura che si innesta fra le macerie, ma ne nasce un contrasto troppo forte.
E’ come stare di fronte al dolore.
Riguardo gli scatti: faccio un cenno ad A. e insieme ci allontaniamo dalla Villa, seguendo i viali alberati ancora spogli.

Davanti a noi un laghetto con qualche anatra e poco più avanti, una lunga vasca colma di acqua che forma una splendida prospettiva fra gli alberi.
Il click delle nostre macchine rompe ritmicamente il silenzio.

Fiori, gemme, rami con progetti di vita.
Il sole sta tramontando fra gli alberi.
Osservo da lontano il retro della Villa: lo immortalo, cercando di tagliare dall’inquadratura i ponteggi e il degrado che non le dovrebbero appartenere. 
























mercoledì 9 marzo 2016

Un viaggio immobile



Attendo alla stazione.
Voci. Rumori.
Dal fiume della vita talvolta mi estraneo; torno a riva; osservo .
Passa uno dei tanti treni, come una freccia con il suo bersaglio.
Detta un suono ritmato e l’aria che si porta con sé mi toglie per un istante il respiro.
Lo seguo e rimango intrappolata nel suo viaggio.
Valigie, vite che si sfiorano e forse mai più si ritroveranno.
Dal finestrino panorami a cui tolgo i colori, perché non mi appartengono.
Stazioni che si alternano a città.
Microcosmi affollati  di  pensieri.
Un viaggio immobile, dal quale stento a tornare.