lunedì 2 luglio 2018

30 giugno 2018 - Corni di Canzo




Giornata serena e caldissima. 
Dopo aver lasciato il lago del Segrino e raggiunto il paese di Canzo, giungiamo in auto fino alla Fonte Gajum. E' qui che ha inizio la nostra escursione, seguendo il torrente Ravella.
Il sentiero è in realtà una larga mulattiera: forse ( forse) bella a vedersi, ma scomodissima da percorrere ( soprattutto al ritorno,  in discesa). Personalmente continuo a preferire i sentieri "più naturali".
La pendenza si fa subito sentire: la foto qui sotto non rende!



Seguiamo il percorso che ci porta in breve ad immergerci in un bosco di conifere il cui profumo mi riporta indietro nel tempo, alle gite in Trentino di tanti anni fa.


La presenza di tanti abeti e pini mi stupisce. Altra è la vegetazione dei monti limitrofi. Un espositore lungo il sentiero, con annesso cartello descrittivo, fuga i miei dubbi. Tutto questo territorio, che ora fa parte della Foresta Regionale dei Corni di Canzo,  in passato era stata disboscata per creare pascoli. A partire dal 1956 iniziarono i primi espropri da parte del Demanio, che continuarono fino agli anni Ottanta. Fin dall'inizio degli espropri vennero creati vivai forestali destinati a produrre piante per il rimboschimento. La scelta di allora cadde su esemplari di Abeti  rossi, Larici giapponesi e Pini. La natura completò poi la sua opera: i già esistenti boschi di Betulle, Noccioli e Sorbi andarono a riconquistare i pascoli abbandonati. Attualmente sono in corso d'opera interventi di sfoltimento delle aree delle conifere, per facilitare il ritorno delle latifoglie e delle specie arboree autoctone, quali l'Olmo, il Ciliegio, il Frassino e il Tiglio.



Poco prima di giungere a Prim'Alpe, il bosco si apre regalando una vista da favola. Oltre la vegetazione appare netto il profilo dei   Corni, la nostra meta.


 Prim'Alpe è stato di recente ristrutturato. Ce lo lasciamo alle spalle, con tutto l'eco delle voci dei tanti avventori che lo sovraffollano.


Al Rifugio SEV manca ancora un'ora e mezza.
Seguiamo l'indicazione per Second'Alpe: il sentiero si restringe e la pendenza aumenta!


La scusa di ammirare estasiati gli splendidi alberi secolari che fanno da cornice al percorso, ci fa recuperare il fiato. "Due piccioni con una fava": mai detto così appropriato.


Il sentiero-mulattiera è a tratti racchiuso da muretti in cemento. Sopra le nostre teste, il coro instancabile di una miriade di uccellini.


 Le foto continuano a non rendere giustizia  alla pendenza del percorso.
Ogni tanto controlliamo l'orologio. In montagna non si dovrebbe fare. Bisognerebbe lasciarsi guidare da altri pensieri. In ogni caso, siamo in anticipo rispetto ai tempi dichiarati sulla segnaletica e in meno di venti minuti raggiungiamo Second'Alpe.
Qui, grazie ad un'operazione di recupero che ha visto collaborare gruppi di volontariato, associazioni, tecnici, storici, è stato riportato alla luce un vero e proprio paese, con le sue case, le stalle, un forno per il pane,  la fontana.



Per la maggior parte si tratta solo di ruderi o fondamenta, ma  la Regione Lombardia  e l'Ente che gestisce la Foresta regionale dei Corni di Canzo hanno creduto in questo recupero, in nome  della memoria locale e delle tradizioni di un tempo.


Ad accoglierci,  in questo angolo così particolare, un Tiglio gigantesco.

Qualche minuto per recuperare le energie e poi di nuovo in marcia verso Terz'Alpe.


Finalmente la mulattiera acciottolata lascia il posto alla terra battuta e la natura ne guadagna in bellezza.


Come già con Prim'Alpe, il bosco si apre all'improvviso in una ampia radura.
Terz'Alpe appare in tutta la sua possenza. Ad un primo sguardo, pare protetto da una rocca fortificata.


Al rifugio Sev, ora.



 Niente più mulattiere. Solo sentieri contorti, appoggiati alle contorte radici degli alberi.


Un'altra inaspettata sorpresa appena superato il limite altimetrico del bosco: la roccia pura che si staglia nel cielo. E' questo l'effetto che amo di più della montagna. La sua durezza essenziale.




Sotto di noi il resto del mondo.




 Ormai siamo in quota. Uno stretto percorso in costa ci guida verso il  rifugio.



E di qui ammiriamo ogni singola cima che ci circonda.



a.t.

martedì 26 giugno 2018

16 giugno 2018 - Monza-Resegone




Giornata incerta, ma forse per questo perfetta per una gita in montagna.
Anche noi apparteniamo alle schiera degli amanti della Monza-Resegone, una sfida al limite dell'incredibile.
Ma siamo amanti-spettatori e ci inchiniamo anche questa volta davanti alla forza d'animo degli atleti che hanno percorso quaranta e rotti chilometri a passo di corsa,  prima, e arrancando lungo il Prà di ratt, poi.
Nel nostro piccolo, la nostra piccola sfida di un normale sabato di giugno, è chiaramente limitata al tratto che da Erve si inerpica verso Capanna Monza.
Due ore in salita per noi, comuni mortali.
Poco meno di quaranta minuti per i "super-eroi".
Abbiamo scelto la variante del Prà di ratt, anzichè il sentiero San Carlo, per avvicinarci, almeno spiritualmente, all'impresa dei sopracitati eroici atleti.
Splendida gita, un abbraccio della natura.
Meno spettacolare e panoramica di altre, ma ne vale davvero la pena.
Il Resegone, il cui profilo abbiamo sigillato nel cuore e impresso negli occhi da sempre, è un monte che merita.
a.t.

martedì 12 giugno 2018

9 giugno 2018 - Monte Ocone


Cielo limpido.
La giornata è ideale per sgranchire le gambe su per i monti.
La nostra meta di oggi è il Monte Ocone (non proprio vicinissimo da raggiungere in auto dalla nostra città! Il navigatore – acc*** a lui - ci fa pure compiere la circumnavigazione delle Prealpi, pur di non farci trovar traffico…)

Le cartine segnalano il percorso come “facile, privo di sorgenti/ruscelli". Nessun rifugio all’arrivo.
Tracciato lungo la dorsale orobica lecchese, il sentiero è ben segnalato ( riferimenti 801/571-colori rosso e bianco) ed ha un dislivello scarso. L’unico punto ripido è quello che precede la vetta.
La cima del monte al massimo potrebbe ospitare un micro bivacco , ma la vista da lassù paga la fatica: Monte Rosa, Adamello, Grigne e Resegone, in tutto il loro splendore!

Se il navigatore non vi abbandona, da Villa d'Almè si prosegue in auto fino a Costa Imagna e qui verso Valcava , con deviazione “laghetto del Pertus”.
Qui si trova un ampio parcheggio con vista lago, punto di partenza per l’escursione.
In realtà, il citato lago è un minuscolo bacino artificiale tondo in cemento, veramente brutto a vedersi, attorno al quale si accampano decine e decine di avventori, stile “spiaggia”.
Un comodo sentiero sterrato porta ad un bosco di faggi centenari, la cui bellezza lascia senza fiato. Unici rumori di sottofondo: i nostri passi ed il concerto di volatili sopra le nostre teste.
Il sentiero (801) è praticamente tutto in discesa, a tratti sassoso.
Nascosti dalla fitta vegetazione: una costruzione fatiscente ( un villone mai portato a termine), una serie di caselli per l'uccellagione ( divenuti ora parte dell’Ecomuseo di Val San Martino  - cliccare per maggiori info )
 ed un ex convento recintato ( enorme) di recente fattura, ma abbandonato da anni.
L’innesto con il sentiero 571 giunge fino al ponticello detto degli Spagnoli, che sovrasta il Passo del Pertus.
Dal ponte, osservando con attenzione la roccia sottostante, è visibile una croce scolpita nella roccia.
Subito dopo il ponte, l’ultimo ripido tratto di sentiero che in 15/20 minuti ( dipende dal fiato e dalle gambe!) porta alla cima del monte. Per i più arditi, la meta è raggiungibile anche grazie una recente  Via ferrata - cliccare per maggiori info .

a.t.












sabato 26 maggio 2018

26 maggio 2018 - Parco di Monza



Questa mattina parto, carica di obiettivi.”

Detta così, suona decisamente barocca.
Rimodulo lo stile: “ Con la borsa piena di lenti e tele, passeggio fra i sentieri del Parco”.
- Privilegio non da pochi. -
Ora la visione è meno poetica, ma questo è.
Il mio carico di obiettivi non riguarda alcun progetto in corso d’opera.
Porto solo con me gli strumenti per fermare il tempo.
Solo.
Illusione splendida.
Ho in atto una discussione con A.A.
Quotidianità, il peso delle banalità, l’obiettivo ( ops, il termine è tornato) di elevarsi, di entrare nel flusso della vita.
Il senso delle parole, il senso del fare.
Mentre il nostro parlare ci irretisce in un dedalo di pensieri, un gruppo di libellule si prestano al mio gioco.
Mai esseri più leggiadri.
Un segno, o forse semplice simultaneità di eventi.
Poco più in là uno scoiattolo si ferma ad ascoltarci, ma solo per pochi istanti.
Lo osservo dall’ingrandimento del tele, mentre tutto l’universo attorno diventa vuoto.

a.t.









domenica 4 marzo 2018

4 marzo 2018 - Hangar Bicocca



Hangar Bicocca – dal 15 febbraio al 22 luglio 2018 – Eva Kot’atkova –  The dream machine is asleep
Un’altra mostra con installazioni di grande impatto emotivo all'Hangar Bicocca.
Sculture in ferro, collage, ritagli, oggetti sospesi, burattini inchiodati alla parete di un Black Theatre, a rappresentare paure, ansie, disagi, fobie.
Il corpo umano, rivisitato da Eva Kot’atkova , diventa macchina che necessita di ritmi precisi e di riparazioni periodiche, per poter funzionare e produrre.
Il mondo è rappresentato da 
un’installazione che richiama, allegoricamente, la forma di uno stomaco dove tutto ciò che viene introdotto, produce scarto. Percorrendo un tunnel claustrofobico , si giunge in una piccola area dove è proiettato un video, dai ritmi ipnotici. Qui anche l’aria che si respira è già prodotto di scarto di altri. 
Sculture in ferro simili a gabbie sembrano la prigione di vite non più visibili; una poltrona che ricorda quella di un barbiere è sovrastata da parole stampate e forbici che pendono dall’alto e ondeggiano nel buio. Ad una parete, una miriade di oggetti multicolori e di uso quotidiano contendono la scena ad alcune casse toraciche.
Al centro di questa visione molto dark dell’esistenza umana è collocato il tema del riposo, che è ben lontano dall’essere “sonno riparatore”. Qui i sogni arrivano su un letto dalle dimensioni esagerate, ma solo per generare nuovi incubi o dimensioni parallele poco rassicuranti. Al di sotto del letto i pensieri sono imprigionati nei libri che dondolano appesi a tanti fili colorati.

…disagio, ansia, follia, in un mix sapientemente ricreato dall’artista. Come tante, molte mostre qui all’Hangar, il coinvolgimento emotivo è sempre notevole, ma a mio modesto parere, quello che manca in tutte queste spettacolari rappresentazioni è un atto di coraggio: il superamento della soglia oscura. Resto ancora una volta in attesa di un accenno, di un messaggio, di un suggerimento che evochi almeno uno spiraglio di luce.
a.t.