Da Somasca al rifugio Camposecco: quando programmi di passeggiare in scioltezza per massimo venti minuti e ti ritrovi invece a respirare come un mantice, ponendoti la domanda di rito: ma chi me lo ha fatto fare?
Spesso decidiamo le nostre uscite all'ultimo secondo utile: un breve sguardo alle mappe di Mr. G**gle, due conti sul dislivello e l'approvazione, con tanto di Piano B.
Quest ‘ultimo utile nel caso in cui le mie gambe e il mio fiato non siano in sintonia con l'Universo.
Confesso che ormai la mia tendenza è di giocare al risparmio: in questo periodo mi attirano più il silenzio e i paesaggi da ammirare possibilmente a km0.
Detto ciò, la meta di oggi avrebbe dovuto concludersi alla Rocca dell'Innominato.
Mezz'ora di salita, con controllo del respiro naso-naso, come lo yoga insegna, con i "vritti" che inevitabilmente si scontrano nella mente e il premio finale che si conquista abbandonando lo sguardo verso i profili dei monti e le distese azzurre del lago.
Fosse stato per me, avrei piantato le tende presso le rovine del castello e avrei vagato nel blu celeste, in attesa di scorgere il volo a planare di qualche rapace.
Ma A. mi sprona a raccogliere ogni mio grammo di buona volontà, per raggiungere il rifugio Camposecco.
Titubante acconsento, con la facoltà di giocarmi il jolly. ( leggasi Piano B: ritorno incondizionato alla base)
Oggettivamente il tratto che collega la Rocca a Camposecco non è nulla di impegnativo: quaranta minuti di salita fra boschi di querce e castagni e sublimi punti panoramici.
Io, invece, ho sempre un conto in sospeso con respiro e muscoli assenti.
Non fa dunque testo il tempo da me impiegato, ma un click testimonia il mio traguardo.
a.t.
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