giovedì 5 maggio 2016

30 aprile 2016 - Villa Menafoglio Litta Panza



"Considero Villa Panza un luogo che rappresenta il cuore della cultura europea e al tempo stesso, grazie alla collezione Panza, l'unione tra l'Europa e l'America nella sua piena espressione.” (Wim Wenders)

Il nostro viaggio ci porta oggi a Varese, sul colle Biumo .
Villa Menafoglio Litta Panza è la spettacolare, concedetemi il termine, dimora immersa in un parco da favola che ci apprestiamo a visitare.
Solo qualche accenno alla sua storia che ha inizio nella seconda metà del XXVIII secolo, per volere del marchese Paolo Antonio Menafoglio. Numerosi, come spesso succede, i passaggi di proprietà ( dai Menafoglio, ai Litta Visconti, ai Panza); importanti le modifiche strutturali che ne hanno rimodellato l’aspetto e la funzione nel corso degli anni, trasformandola da luogo per ricevimenti mondani a residenza di lusso e, successivamente, a museo privato. Momenti di abbandono e di degrado si sono alternati ad altri di rinascita. Duchi, marchesi, famiglie ricchissime l’hanno abitata e animata; architetti della fama del Canonica e del Portaluppi hanno lasciato la loro traccia. Una storia per nulla banale quella di Villa Litta Panza, destinata a rinascere, per l’ennesima volta, grazie all’ambizioso progetto dell’ultimo suo proprietario, Giuseppe Panza. Considerato uno dei più importanti collezionisti di arte contemporanea , dal 1955 al 2000 ha raccolto più di duemilacinquecento opere fra espressionismo astratto, pop art, minimalismo e arte ambientale.
Nel 1996 la villa è entrata a far parte del patrimonio del FAI e dal 2001 è aperta al pubblico e ospita periodicamente mostre di livello internazionale.

Attualmente è visitabile Natura naturans , la doppia personale dedicata a Roxy Paine e Meg Webster, due artisti americani accomunati dall’idea di rappresentare la natura come ciclo continuo di crescita e trasformazione.

Per tutti quelli che dovessero capitare in zona è un’occasione di  immergersi nel bello, nel particolare, è una possibilità in più di farsi contaminare da nuove idee, colori, sensazioni e di nutrire la mente, per spiccare voli inaspettati.








































5 maggio di tanti anni fa

Un viaggio a ritroso nel tempo. Te lo devo, nonno. Oggi è il 5 maggio.








martedì 26 aprile 2016

25 aprile 2016 – Cernobbio

Giornata limpida e gelida. La nostra meta: Como - by train. 

In meno di mezz’ora dribbliamo il traffico e siamo a destinazione. 
Come da copione, la gente affolla ogni angolo della città e forma un corteo che segue con molta, troppa lentezza il lungo lago. 
Certe situazioni di sovraffollamento, e non me ne vogliano quanti erano lì a godere - come me, noi - della bellezza del luogo, mi mettono in difficoltà. Preferisco uscire dalle righe, trovare altri percorsi.
Bocciata l’idea di “elevarci” con la funicolare ( anche lì una coda degna del Louvre!), saliamo sul primo battello che ci conduce a Cernobbio
A pochi metri dalla riva si leva un sipario nuovo: il rumore dell’acqua, il suo brillare quasi accecante, le linee sinuose delle montagne, mi portano in altre, più piacevoli, dimensioni. 
A Cernobbio ci accoglie un vento da Siberia che toglie il fiato. Solo i più arditi riescono a sostare in riva al lago. 
Noi ci incamminiamo verso il Monte Bisbino e incrociamo, per caso, uno dei giardini botanici più particolari mai visti, il Giardino della Valle
Leggiamo che è stato creato una trentina di anni fa su un terreno allora utilizzato come discarica abusiva. Il suo progetto e realizzazione è legato ad una donna, chiamata nonna Pupa, che oggi, ci dicono, vi dedichi ancora il suo tempo, nonostante l’età prossima ai novant’anni. 
Un’associazione di volontari si è poi costituita per consentire a questa speciale oasi di pace e bellezza la sua conservazione e manutenzione.
Un cancelletto in legno dipinto di bianco, semplicemente chiuso con una corda rossa, invita ad entrare   lungo uno stretto sentiero, in un mondo che rasenta la favola. 
Piante e fiori, il canto degli uccelli, qualche panchina per soffermarsi, osservare, leggere persino ( in un mobiletto ci sono libri da poter scambiare). 
Qua e là, buffi animali intagliati in legno che strappano sorrisi. 
In occasione della Giornata Internazionale per i diritti dell'infanzia, dal 2003 il Comune di Cernobbio, dedica ai nuovi nati una pianta e una poesia nel Giardino della Valle e in una delle aiuole leggo, con stupore, alcuni versi di Gozzano.

















lunedì 21 marzo 2016

Greggi di città

Domenica 20 marzo 2016.

I presupposti per un pomeriggio di fotografia ci sono tutti: fine settimana di riposo, primo giorno di primavera, cielo limpido, temperatura gradevole,  fiori e gemme ovunque. 
Partiamo a piedi: di zone verdi vicino a casa, fortunatamente, ne esistono ancora. 
Poche centinaia di metri, qualche scatto per scaldare mano e vista e ci ritroviamo inglobati in un gregge di pecore. Nulla di strano se fossimo stati in aperta campagna; un po’ meno, visto che il centro città dista neppure mezzo chilometro. 
Cogliamo al volo questa singolare occasione di documentare uno degli ultimi casi monzesi di contaminazione fra natura e città.
A pochi metri da noi c'è una superstrada dove il tempo sfreccia alla media di 130 all’ora; qui invece, fra belati e scampanii, il ritmo è quello del “rallenty”. 
Le pecore dal pelo arruffato e bi-color ( bianco-fango) ci guardano come fossimo alieni. Alcune di loro sostengono il nostro sguardo quasi con durezza: sono le madri con al seguito i loro indifesi e immacolati agnellini.
Altre abbassano il capo e si mimetizzano con le compagne, un po’ come succedeva a scuola, quando il professore apriva il registro, pronunciando la fatidica frase: “oggi interroghiamo…”. 
Seguiamo il gregge, scortati da un enorme cane bianco dall’aspetto regale e da tre cuccioli multi-color che saltellano allegramente come ranocchie. Probabilmente, senza il permesso del pastore,  il grosso cane bianco, così perfettamente calato nel suo ruolo di tutore del gregge,   avrebbe messo subito fine al nostro reportage . 
Il pastore, dal canto suo, era già stato rassicurato sul nostro essere semplici fotografi del fine settimana: “no, non siamo della asl, non siamo giornalisti, non ci manda nessuno…”. 
Da questo momento si alza un sipario che ci lascia piacevolmente senza parole: a volte la vita riserva piacevoli incontri e mette sul nostro cammino persone che, pur nella loro semplicità, hanno un mondo speciale attorno, un’anima che lascia il segno. 
Abituato a usare la voce solo per richiamare i suoi animali, al pastore bastano poche parole e qualche gesto per entrare in empatia con noi. Ci apre il suo regno, fra le mura ormai decrepite di una cascina abbandonata, ci mostra orgoglioso due capretti nati da poche ore. Cogliamo un suo attimo di commozione quando ci spiega, con la rassegnazione di chi conosce le leggi della natura, che il terzo nato non è sopravvissuto e i suoi occhi si riempiono di lacrime ricordando il cane che gli era stato accanto per tanti anni e che ora non c’è più. Poi, tornando da quei tristi ricordi, chiede, con una punta di orgoglio, di essere fotografato mentre munge le sue capre. 
Una vita ai margini la sua, senza dubbio difficile da mantenere a galla in un contesto quale è il nostro. 
Una vita ferma a ritmi ai quali noi non siamo più avvezzi. 
Una vita che forse tiene volutamente le distanze dalla nostra quotidianità, per entrarvi solo al bisogno. 
Non stupisca, allora, che pastore nella tasca dove conserva un fischietto abbia anche il cellulare. Ci lascia il suo numero nel caso volessimo tornare a trovarlo, perché …”sapete…non ho un ufficio dove rintracciarmi”…
E non stupisca neppure che, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, guardi pure il cielo e il sole ormai prossimo al tramonto, per stabilire l’ora esatta per mettere al riparo i suoi animali.