venerdì 4 marzo 2016

Palermo – Le crepe e l’oro



Poco più di un’ora e mezza di volo e ci lasciamo alla spalle l’inverno.
La Conca d’Oro di Palermo è baciata dal sole e graziata dal meteo: a parte le raffiche di vento capaci stendere al suolo, la sensazione per noi che arriviamo dal nord Italia è quella di aver saltato a piedi pari una stagione.
Sabato 27 febbraio 2016, ore diciotto: il nostro aereo sorvola lo strato di nubi che ricopre come cemento tutta la penisola. Al di sopra l’azzurro è intenso e lo spettacolo si fa celestiale, quando il sole viene inghiottito dalle nuvole, poco prima del tramonto. Una sottile linea d’oro taglia in due il cielo e per qualche minuto, da lontano, brilla Punta Raisi sul confine del mare.

Due giorni a Palermo sono un’inezia. La città è complessa, una trama e un ordito di popoli e culture: ha radici profonde quanto quelle degli splendidi Ficus che dominano nei suoi giardini pubblici.
Il traffico, fluido pur nel suo incredibile caos, non ha eguali e nel costante sottofondo rumoroso si riconosce appena la parlata locale da quella delle tante altre etnie presenti.

Centro storico: via Vittorio Emanuele, Via Roma, via Maqueda, I Quattro Canti.
Dai Fenici ai giorni d’oggi è tutto un sovrapporsi di ere : le mura e palazzi sembrano giganteschi puzzle e gli stili architettonici che si susseguono diventano un lungo, interminabile racconto. Splendore e degrado convivono in simbiosi. Il centro della città porta squarci mai curati. Pochi gli edifici ben mantenuti: spesso le effigi, i monumentali portoni d’ingresso, le statue, le colonne, interrompono la monotonia di facciate prossime al crollo.

Alla fine della prima giornata, le nostre reazioni si arrendono alla vista di tanto caotico arredo urbano. Che dal balcone di uno dei pochi edifici d’epoca appena restaurati sventolino, verso la strada principale, capi di biancheria intima, non ci sembra poi neppure tanto strano. Da noi ci si azzanna nelle riunioni di condominio per stabilire e far rispettare regole in nome del decoro.  Qui il problema neppure è concepito.

Camminiamo, io e A. in una città dal mille volti: siamo arrivati come semplici pellegrini, con il limite di non possedere nulla in noi di ciò che è ed è stata questa città. Eppure non ci siamo sentiti stranieri, anzi , a tratti, il caos e l’imperfezione di Palermo ci hanno accolti e fatti benevolmente sorridere .
Ammetto che è stato più difficile per me evitare di cadere nell’errore di giudicare o incasellare a tutti i costi questa nuova esperienza.
A. viaggia da una vita per lavoro e ciò predispone ad una maggiore flessibilità di pensiero. Io sto ancora imparando a pormi in ascolto senza la pretesa di voler per forza cambiare ciò che non mi assomiglia, ciò che non risponde ai miei canoni.

Siamo scesi dunque per le strade  ad osservare quei vicoli sghembi, dove gli edifici, dai muri impregnati di umidità e di salsedine, sembrano specchiarsi l’uno nell’altro, quasi sfiorandosi: le finestre affacciate su altre finestre.
Privacy-zero.
Raggiungiamo la zona Ballarò: ritroviamo un mercato di altri tempi, le merci vendute “alle grida” come qualche anno fa succedeva alla Borsa di Milano, in altro contesto, ma il groviglio di suoni urlati è molto simile.
Le chiamano le abbanniate queste ipnotiche cantilene.
Una fiumana di gente, motorini che pazientemente guadagnano qualche metro di strada, facce dai mille tratti somatici e colori, tante vite, tanta Vita.
Da micro appartamenti grandi quanto un container si affacciano uomini, donne. Da noi è difficile trovare un simile livello di incuria e di degrado, eppure qui la vita continua comunque il suo corso. Non so se leggervi rassegnazione o altro. Di nuovo devo ricordarmi di non giudicare.

Nel centro storico di Palermo le chiese spuntano in ogni angolo, spesso inglobate come scatole cinesi in altre strutture. Ovunque tracce normanne, arabe, bizantine fuse fra loro. Mosaici, disegni geometrici, oro, gli ingredienti.
Non starò qui ad elencare le chiese che abbiamo visitato: il web è più che saturo di notizie. Mi segno solo queste precisazioni, perché restino soprattutto a me, come ricordo del nostro particolare e breve viaggio.

La guida che ci ha accompagnato lungo il percorso della Cappella Palatina ( in cui le radici islamiche e quelle cristiane-bizantine si fondono in meravigliosi mosaici), ci ha fatto notare come “ per noi l’arte è ormai un’esperienza estetica e non più mistica. Difficile per questo comprendere il significato delle forme geometriche presenti nei mosaici.
Non si tratta dunque solo di stupirsi per tanta magnificenza, ma di superare l’emozione per avvicinarsi al messaggio. E ancora “ Per la cultura bizantina la cristianità è una rivelazione: l’arte non deve dunque narrare il divino, che per sua natura è un concetto astratto, ma deve solo rappresentarlo.

Dal caos al silenzio. Le nostre ultime due tappe: le piante secolari dell’Orto Botanico e il mare.

Impossibile descrivere l’energia che abbiamo percepito avvicinando le nostre mani ai tanti tronchi imponenti. Alberi così alti da perdersi nel cielo: la sensazione che per loro il tempo abbia scandito altri ritmi è tangibile. Quanta storia è passata, quanto le loro radici si sono nutrite.
Incredibile poi l’alternarsi di attimi di silenzio assoluto e di momenti in musica: complice di questa particolare magia il vento, capace di far risuonare gli enormi bambù, come le canne di un organo.
E infine un saluto al mare: abbandonare i pensieri lungo la sua distesa azzurra, sferzata da raffiche potenti, è stata una cura, un rimedio.

























 

 

lunedì 11 gennaio 2016

Degli alberi e delle creature in volo

Mi capita a volte di perdermi nel tempo sospeso di mille pensieri, allineati fra loro, pronti a richiamarsi, rincorrersi, diramarsi. La considero una sorta di lusso, di libertà estrema, che mi aiuta a spiegare le vele. Il nostro splendido Parco accoglie tanti di questi miei viaggi nel tempo.






















venerdì 1 gennaio 2016

Da Galbusera Bianca a Montevecchia: profili e giochi di luce


Primo giorno dell'anno in cammino, lungo un silenzioso sentiero, fra filari di viti, superbi cipressi, ulivi dai tronchi contorti. 
Alzo lo sguardo e seguo i dolci profili delle colline poco distanti.
Dal borgo di Galbusera un sentiero in costa porta, in meno di due ore, a Montevecchia.
Il dislivello è minimo, il panorama incantevole, nonostante la leggera foschia.
Primo gennaio duemilasedici, ma pare quasi di essere in ottobre: il sole è ancora tiepido, i prati insolitamente costellati di margherite e primule. 



















lunedì 28 dicembre 2015

BRIXIA, 27 dicembre 2015


La giornata è decisamente invernale. L’aria è gelida . Quando la fitta nebbia finalmente si apre come un sipario, l’ azzurro del cielo terso è perfetto. Il mio colore preferito avvolge il centro storico di una città che ancora una volta mi sorprende.
Brescia.
Piazza Vittoria, con la sua monumentale sfilata di edifici in stile neoclassico, mi riporta indietro nel tempo, fino all’anno 1932, quando un’antica area medievale era appena stata interamente rasa al suolo.
Nuove forme, volumi nitidi, squadrati, superfici marmoree, richiami neoclassici: un passo avanti?
Non so giudicare o forse, inconsciamente, lo faccio appena varco Piazza della Loggia.
Un altro contesto, un’altra atmosfera. Meno rigidità e perfezione; più intrecci, più differenze, a mio avviso, più vita.
Piazza della Loggia: la bellezza di stili architettonici diversi e di epoche che si sono plasmate e integrate l’una sull’altra, e un angolo ancora transennato, dove resta una colonna ferita a ricordare una strage neppure tanto lontana nel tempo.

A pochi passi dal centro 
il Museo di Santa Giulia, con un’ immensa area espositiva in costante aggiornamento, mi fa compiere un lungo viaggio che ha inizio nella preistoria. Reperti celtici, domus romane dai mosaici pressoché intatti e coloratissimi, tracce longobarde , corredi funerari, affreschi, oggetti di uso quotidiano.
Il flusso della vita, il senso della morte.
Guerre, scoperte, distruzioni, violenze, amori, tradimenti, patti, matrimoni, eroi. La nostra storia e i suoi contrasti: l’atrocità delle lame, delle spade, dei pugnali, degli elmi, degli scudi, di tutti gli strumenti di morte e di offesa esposti come reliquie, straordinari nella loro fattura, crudeli nel loro scopo e la sorprendente raffinatezza dei gioielli, degli arredi, degli ornamenti.
E’ la vita.
E’ la nostra storia.
Grazie, A. per avermi accompagnato in questo nuovo viaggio.




1932
P.zza Vittoria - Primo grattacielo in Italia e primo in Europa ad esser costruito in cemento armato. 




Torre detta " della Rivoluzione"


P.zza della Loggia - Un particolare della Torre di Porta Bruciata - ( così denominata, a ricordo dell'incendio del 1184)

 I due "Macc de le ure" della Torretta dell'orologio di P.zza della Loggia
















domenica 6 dicembre 2015

Sette ore: un'eternità


Stai vivendo fuori dal mio tempo, come in un altro sogno.
Sette ore: un’eternità.
Quando tu sei avvolto dal giorno, io sono fra le stelle. Quando io accolgo l’alba, la luna rischiara i tuoi passi.
Ricevere tue notizie è come infrangere la barriera di questo tempo che ci separa. Tutto allora accade nello stesso istante: quello che per te è già stato e quello che per me è ancora a venire.
Terre, altopiani, monti e pianure diventano un unico granello di sabbia. Il mare, una sola lacrima di pura malinconia.
Mi scrivi.
Ti leggo, respirando ogni tua parola, immergendomi nel mondo che hai fermato attraverso le fotografie.
Ti cerco e ti riconosco in quel nastro rosso consumato dal vento e dalle piogge, in quel brandello di stoffa che, pur nella sua fragilità, riesce a congiungere un giovane ramo ribelle, all’albero-padre.



da Hong Kong

La mia domenica 6 dicembre 2015 

"La luce entra dalla finestra, non tiro la tenda, lascio che il ciclo della vita si faccia scorgere dal mio voler esistere per sempre.
Ti penso, a letto riposi, ti svegli, malinconica, piena di pensieri, io lontano non posso stringerti, una fitta al cuore e mi rigiro a cercare la luce del mattino.
Apro la finestra, l’aria fresca entra portata dal vento del mare ad accarezzarmi l’anima come per contrasto, a ricordarmi il calore delle tue mani su di me.
Mi preparo, mi lavo, mi vesto, sono ancora frastornato, andrò a fare colazione, ho deciso oggi ci vuole!

Esco, direzione ufficio, verso un angolo di occidente, quattro passi verso l’incrocio davanti al Decathlon; per loro questo è il “Decalon”. È domenica, i volontari del traffico fanno attraversare fischiando, una ragazza mi precede.
L’unico modo che ho per poterti raccontare di lei è un’immagine. E' una città di tutto e di niente, una città di ricchi e di poveri, di Barbie e di mamme indaffarate, di minigonne, di serie divise e di tute da pochi Yuan.





A.A. “NiHao”
P.C. “Goodmorning”
A.A. “A cappuccino and this slice of cheesecake please”
P.C. “ wu shi er yuan (52 Yuan)”
A.A. “Xiexie”



Mi siedo a leggere qualche pagina del libro che mi ha regalato Gianluca: “Le strategie della stupidità”.
Già il mondo è pieni di stupidità generata anche da persone intelligenti!
“Le persone più stupide che conosco sono quelle che sanno tutto” (Malcoms Forbes)
“La stupidità non è una malattia, tuttavia è collegata ai più pericolosi fallimenti delle imprese umane” (Avital Ronell)

La torta è buona, il cappuccio è lungo all’americana, una brodaglia di latte e caffè con la sopra due dita di schiuma che mi scalda lo stomaco.
Diverso da quello comprato a WallMart l’altro giorno.





Un paio di signore di mezza età “sfogliano” le notizie su un tablet e la ragazza di Pacific Coffee cancella la frase del giorno e scrive la nuova.
Ogni giorno un dipendente scrive un buon proposito nei confronti del lavoro e del servizio svolto, sempre orientato al cliente.
Non riesco a concentrarmi sulla lettura, il mio pensiero torna al tuo viso, torna a te.

E’ nuvoloso, fa freddo per essere ShenZhen. L'orologio segna 16°C; torno all’albergo, prendo la macchina fotografica a vado al parco che c’è qui vicino a fare una passeggiata. Non voglio star chiuso in camera tutto il giorno a lavorare, uscirò a cena stasera.



ShenZhen da un altro punto di vista, dal basso, dal verde, dall’acqua, dove gli uccelli si buttano in acqua a pescare; i bambini ridono felici, le famiglie passeggiano e una signora nel suo costume tradizionale si muove lentamente tra gli alberi, al suono di una musica antica, nelle posizioni del ThaiChi. 






Un giardiniere ha perso il suo cappello sull’argine del lago ...









e anche qui, dove la natura si vuole ribellare ai grattacieli, un salice aspetta Godot che non arriverà mai.




I fiori continuano a cantare i loro colori senza sosta: questo mite clima invernale la spinge a continuare e continuare a esistere. 

















La vegetazione sub tropicale è davvero diversa dalla nostra: banani, mango, piante e fiori di ogni genere.


La cura del parco e la natura contrastano con la crescita della città e la tecnologia, che spesso fa capolino allo sguardo.

Tra gli strani fiori delle siepi, gli uccellini sugli alberi ...




Un piccolo amico mi segue, mi accompagna per un pezzo scodinzolando avvicinandosi curioso.





Qualcosa di inaspettato attira il mio sguardo...

Il nostro filo rosso, eccolo anche qui, a segnare un giovane ramo solidamente attaccato ad un grande albero con profonde radici, tu qui con me per sempre."
a.a.