8 marzo 2014
Ritrovo questi scatti che avevo lasciato nel limbo di una scheda di memoria.
Sono passati due anni: D’Annunzio e il suo Vittoriale continuano ad essere per me un’esperienza forte, difficile da catalogare.
Rileggere la Storia è sempre impresa ardua, perciò vorrei in questa occasione mantenere le distanze dal passato, limitandomi ad osservare e riportare quanto visto e fotografato.
Il Vittoriale è un mondo che non ha eguali per l’abbondanza degli intenti.
Edifici, vie, piazze, un teatro all'aperto, il mausoleo “con vista lago”, giardini e corsi d'acqua, tutto a racchiudere ed esaltare la casa-museo, dimora di D’Annunzio.
Stanze, pareti, arredi, oggetti: tutto va oltre l’umano.
E’ la sovrabbondanza a dominare.
L’assenza di spazi calpestabili fa quasi mancare l’aria.
Un salto indietro nel tempo, fra il 1921 e il 1938, a Gardone Riviera Gabriele d'Annunzio ingaggia l’architetto Giancarlo Maroni, affinché plasmi la “sua memoria” nel “Vittoriale”.
Il risultato è un’impresa discutibile, ma senza dubbio monumentale.
La prua della nave Puglia, rimontata e collocata nel giardino, sul promontorio che si affaccia sul Garda, ne è solo un piccolo esempio.
Impossibile entrare al Vittoriale e uscirne come prima.
Nella residenza-reggia le pareti tappezzate di libri mi hanno fatto sentire come un’ Alice spaesata. Parole, concetti, conoscenze, tutto archiviato, catalogato, in mostra, ma sotto chiave.
Libri ovunque, imprigionati dentro fitte reti o lastre di vetro: il sapere congelato in locali dalle finestre oscurate.
E poi gli oggetti, i quadri, le suppellettili, la camera mortuaria di tutto punto allestita ( lugubre, da brividi).
1938. E’ il primo marzo quando D’Annunzio muore nel suo studio privato.
Come allora, i tappeti, i mobili, i tavoli, le sedie, i letti, tutto giace ammassato secondo la logica del colmare vuoti.
E la penombra costante, ( mantenuta per motivi di salute, spiega la nostra guida) continua a ricordare al mondo il divieto d’accesso alla luce nelle stanze dove D’Annunzio dimorò.
Una “vita inimitabile” viene etichettata la sua.
Altro non mi sento di aggiungere.
Un salto indietro nel tempo, fra il 1921 e il 1938, a Gardone Riviera Gabriele d'Annunzio ingaggia l’architetto Giancarlo Maroni, affinché plasmi la “sua memoria” nel “Vittoriale”.
Il risultato è un’impresa discutibile, ma senza dubbio monumentale.
La prua della nave Puglia, rimontata e collocata nel giardino, sul promontorio che si affaccia sul Garda, ne è solo un piccolo esempio.
Impossibile entrare al Vittoriale e uscirne come prima.
Nella residenza-reggia le pareti tappezzate di libri mi hanno fatto sentire come un’ Alice spaesata. Parole, concetti, conoscenze, tutto archiviato, catalogato, in mostra, ma sotto chiave.
Libri ovunque, imprigionati dentro fitte reti o lastre di vetro: il sapere congelato in locali dalle finestre oscurate.
E poi gli oggetti, i quadri, le suppellettili, la camera mortuaria di tutto punto allestita ( lugubre, da brividi).
1938. E’ il primo marzo quando D’Annunzio muore nel suo studio privato.
Come allora, i tappeti, i mobili, i tavoli, le sedie, i letti, tutto giace ammassato secondo la logica del colmare vuoti.
E la penombra costante, ( mantenuta per motivi di salute, spiega la nostra guida) continua a ricordare al mondo il divieto d’accesso alla luce nelle stanze dove D’Annunzio dimorò.
Una “vita inimitabile” viene etichettata la sua.
Altro non mi sento di aggiungere.






