Vento forte, cielo velato, temperatura decisamente fredda.
11 novembre 2017 il mare d’inverno non sempre fa miracoli.
Lasciamo la spiaggia di Varazze così come l’abbiamo trovata, deserta e silenziosa e puntiamo verso l’entroterra.
Da piazzale Carlo Alberto dalla Chiesa seguiamo via Piave, lungo il torrente Téiro completamente in secca.
Il viadotto dell’autostrada ci sovrasta con le sue altezze inquietanti: un impatto visivo orrendo ma, dicono, inevitabile.
Appena oltre l’ombra del mostro stradale, sulla destra, una scalinata, contrassegnata da una croce e un punto rossi, indica l’inizio del nostro cammino.
La meta è la cappellina del beato Jacopo che sorge dove, si narra, esisteva la sua dimora.
Una sequela di oltre trecento gradini, con dislivelli irregolari, mi stronca subito il respiro. Il mio repertorio di gite sulle montagne del Brenta a poco vale oggi.
Ho nostalgia di quei luoghi: percorrendo questa via è inevitabile il paragone. Qui in Liguria, e non me ne vogliano residenti e amanti di queste terre, tutto pare provvisorio, posticcio, approssimato.
Non metto in dubbio la necessità di dotare il sentiero che stiamo percorrendo di scorri-mano e di gradini in cemento in grado di resistere alle più intense piogge alluvionali, ma il risultato è pessimo.
Ai lati, orti e colture di ulivi e agrumi spuntano da muri di cinta fatti di sassi, sulle cui sommità brillano “…cocci aguzzi di bottiglia” (cit.).
Gli alberi di mimosa hanno i rami già pronti a donare la prossima fioritura, mentre quelli di fico spuntano dagli anfratti più impensabili. Qua e là casolari diroccati e vecchi capanni trasformati in villette di recente ristrutturazione.
Ogni tanto piccoli slarghi ( posticci e mal tenuti) danno la possibilità di osservare il panorama e di riprender fiato.
Oltrepassata la chiesetta di San Giuseppe, all’interno di una piccola frazione abitata, una vecchia mulattiera si inerpica in un bosco di castagni. Da qui l’eco e i rumori della valle si attenuano.
Alzo gli occhi al cielo, seguendo le evoluzioni acrobatiche dei gabbiani: nessun rapace in vista.
Il paesaggio cambia poi repentinamente: i profili delle colline portano ancora le tracce di un vasto incendio, dalle cui ceneri hanno trovato nuova vita pini, arbusti di ginepro e mirto e mantelli di erica ancora in fiore.
Circondata dal silenzio e dalla incuria, troviamo la cappella del beato Jacopo, un frate che fu anche scrittore e cronista, oltre che vescovo di Genova nel XIII secolo. Un cancelletto in ferro pieno di pigne, fiori, oggetti di ogni tipo, ci impedisce l’ingresso. Lasciamo la nostra pigna incastrata, accanto a quella dei tanti altri fedeli o semplici turisti di passaggio e poi dall’alto ( tutto è relativo: siamo solo a 300mt ) ci perdiamo nei colori del mare.
a.t.



















In questa luminosa giornata d’autunno, raggiungiamo Lonato del Garda.
La nostra meta è la Rocca che risale al X secolo e che fu di proprietà dei Conti di Montichiari, degli Scaligeri, dei Visconti, dei Gonzaga, della Repubblica di Venezia.
Un salto nel tempo di quasi cinquecento anni: è il 1920 quando il senatore Ugo da Como, di cui leggo “studioso, collezionista, politico erudito e sensibile cultore di patrie memorie” acquista all’asta l‘intera proprietà, per farne un singolare luogo di cultura, affidando all’architetto Tagliaferri la ristrutturazione della Casa del Podestà, posta appena sotto le mura della Rocca, con l’intento di trasformarla in casa-museo.
Attraversiamo un parco discretamente curato e seguiamo le imponenti mura perimetrali della Rocca, fatte di rocce accatastate, che paiono in bilico.
Da fuori, per un attimo, ho la sensazione di trovarmi al cospetto in un regno incantato.
Tutto intorno è silenzio.
Oggi, fortunatamente, alla Rocca non è previsto alcun evento.
Appena oltrepassato il varco d’ingresso, il mio sguardo si perde fra le rovine. Il contrasto fra il mio immaginario e ciò che gli occhi colgono è netto.
La Rocca mi pare un gigante vuoto.
Seguiamo il lungo percorso di quel che resta delle mura perimetrali interne. Il suono dei nostri passi è attutito dal tappeto erboso, stretto fra le mura e le antiche fondamenta.
Una serie di archi chiusi da cancelli in ferro segnano gli ingressi alle segrete e alle prigioni.
Il panorama è, purtroppo, deludente.
La Rocca domina una collina che oggi è intrappolata fra strade trafficate, rotonde, centri commerciali. In un angolo si scorge il Garda. Un dettaglio che non compensa lo scempio circostante.
La piazza d’armi è in uno stato pietoso: solchi di ruote sul terreno, tracce di un palco utilizzato per una recente grande festa.
Peccato…
All’altro lato della Rocca un edificio completamente restaurato ospita una mostra ornitologica. La percorro trattenendo il fiato…
Appena sotto le mura della Rocca, visitiamo la Casa del Podestà.
Arredata come una dimora del 1400, le sue sale interne sono abbellite da soffitti lignei intagliati, affreschi, camini monumentali, mobili, sculture e una quantità innumerevoli di oggetti che Ugo da Como ricevette in dono o acquistò nei suoi viaggi.
Brava la guida che ci scorta lungo un percorso a tratti blindato.
In ogni angolo c’è un particolare su cui varrebbe la pena soffermarsi: dettagli e oggetti del tempo che fu, che ora giacciono lì, immobili, svuotati del loro originario senso.
Quello che però rende unico questo angolo di mondo è l’ immensa Biblioteca privata della Casa del Podestà, che comprende oltre 50.000 volumi collezionati dal senatore.
Monoscritti, codici miniati, centinaia di incunaboli, documenti autografi ( fra cui anche alcune lettere di Ugo Foscolo), disegni, carteggi, una rara raccolta di oltre 400 libri illustrati di architettura databili tra il XV e il XX secolo.
Un’ emozione profonda quella provata nel varcare la soglia di tanta bellezza, custodita fra scaffali e mobili antichi. Il profumo del legno è intrecciato con quello della carta.
Non riesco a trattenere il velo di lacrime che mi riempie d'improvviso gli occhi e mi rendo conto di non esser la sola ad aver subito questo strano contagio: il Verbo sta all’origine e, probabilmente, anche alla fine di tutto.
a.t.