Una Rocca imponente quella di Angera, ancorata alla roccia, a dominare la sponda meridionale del Lago Maggiore.
Proprietà dei Visconti di Verbano, nel 1449 è passata ai Borromeo, a cui ancora appartiene, perfetta nella sua solida bellezza.
Dalla fine degli anni Ottanta, il cuore della Rocca ospita una collezione di oltre mille bambole e giocattoli realizzati dal XVIII secolo ad oggi.
Enormi teche di vetro custodiscono esseri immobili fatti di cera, porcellana, cartapesta, legno, stoffa.
Un mondo in miniatura, a tratti inquietante, condensato in dodici sale.
Migliaia di occhi puntati sui visitatori: nel silenzio, si ha quasi l’impressione che quegli sguardi siano in grado di trapassare chi, fuori dal vetro, li osserva. Pose plastiche, rivestite di abiti sontuosi e perfetti nei dettagli.
Bambole-donne, la cui algida fragilità lascia senza parole; bocche socchiuse, congelate sul finire di una frase mai sussurrata.
In un angolo ad una creatura hanno aperto il torace: al posto del cuore, complessi meccanismi metallici. Poco più in là gli automi del XIX e XX secolo, progettati da maestri orologiai, suonano, ballano, si muovono a ritmo di musica, in una dimensione che non ha tempo.
Attorno ad una colonna, un gruppo di cavalli simula una corsa obbligata ed infinita: appartenevano ad una enorme giostra di cui non resta più nulla, se non un abbozzo di moto senza musica.
Poco oltre, riproduzioni fedelissime di case, mobili, suppellettili, palchi teatrali, circhi. C'è posto persino per un micro altare con candelieri e turiboli.
E ancora, negozi e aule scolastiche in scala ridotta e altre, tante bambole che ricreano realtà patinate, perfette, quasi irraggiungibili, atte a svelare i misteri del mondo dei grandi .
E infine un gruppo di creature di stoffa e di legno, che non riesco a definire banalmente “bambole”, mi colpiscono tutte dritto nel cuore. Una cucitura lungo il profilo del viso le accomuna. Pare una cicatrice. Tanti occhi d’una tristezza infinita…
a.t.
a.t.