Aria frizzante, cielo a tratti carico di nuvole sopra un panorama dai mille dettagli.
La nostra estate quest’anno non ci ha portati lontano e oggi torniamo ancora una volta in cerca di bellezza lungo le sponde del lago di Como.
Sarò sincera, faccio fatica a superare l’impatto delle linee e dei colori dei monti che lo circondano. Nel mio cervello sono impressi a fuoco altri paesaggi: io amo le rocce vive, i licheni, il vento che ferisce il viso, le voragini e gli strapiombi addolciti di soli rododendri.
Qui, la mia vista è come se non trovasse riposo fra le linee ondulate e nascoste dalla fitta vegetazione ancora verde.
Mi consola solo scorgere, fra le nuvole, la durezza di uno spicchio di Grigna e il tagliente perimetro del Resegone.
Attorno a noi meno turisti rispetto alla media della stagione e, dunque, la decisione di salire fino a Brunate con la funicolare.
Infrango una delle regole che ho sempre cercato di rispettare: raggiungere una cima sempre a piedi, sputando anche l’anima per la fatica.
In questo caso, la montagna non me ne voglia, è stata più la curiosità che altro e forse anche il fatto che non vi fossero le solite code chilometriche in attesa davanti alla biglietteria.
Altro elemento anomalo rispetto a questo periodo della mia vita: sto salendo verso uno dei punti più spettacolari della zona e non ho portato la mia macchina fotografica. Mi sento amputata, ma allo stesso tempo ciò mi dà modo di riflettere sui tanti mondi paralleli che creiamo, riproducendo ciò in cui siamo immersi.
Milioni di scatti: ognuno documenta frammenti di realtà, li riproduce, li mette in rete, li duplica, li rende visibili ad altri occhi. Uno spazio-tempo che resta lì, ancorato in quel preciso istante e che parallelamente vive nelle dimensioni di tante menti, di innumerevoli pensieri.
La funicolare parte a pieno carico: la tentazione di scattare almeno una foto con il cellulare è tanta. Mi lascio contagiare dal destino comune: ogni passeggero documenta il suo presente con una serie di click. Forse si perde anche il presente, risucchiato dall’ansia di documentarlo e poi metterlo in rete.
E’ questo il gioco: sospendere il tempo-spazio, per ritrovarlo a distanza di ore, giorni, anni, intatto nella sua perfetta e sterile riproduzione.
I sette minuti di risalita passano velocemente: fisso la terra, le pietre, gli alberi che scorrono appena fuori dal finestrino. Un pezzo del mio tempo scorre via con essi.
Brunate, borgo particolare. Un angolo scelto in passato per costruirvi le più belle ville liberty della zona, che ancora spalancano le loro finestre, come occhi stupiti davanti a tanta bellezza.
Non starò qui a trascriverne la storia: il web è stracolmo di notizie e particolarità in merito.
Scriverò, ma più per me, dell’emozione che mi prende ogni volta che dall’alto osservo il mondo.
Appena sotto la cassa toracica si fa sentire una sorta di scossa che mi costringe a rallentare il respiro, a farlo più profondo e con essa la sensazione di poter abbandonare, per qualche frazione di secondo, il quotidiano.
