martedì 10 ottobre 2017

8 ottobre 2017 - La Rocca di Angera e le sue bambole


Una Rocca imponente quella di Angera, ancorata alla roccia, a dominare la sponda meridionale del Lago Maggiore.
Proprietà dei Visconti di Verbano, nel 1449 è passata ai Borromeo, a cui ancora appartiene, perfetta nella sua solida bellezza.
Dalla fine degli anni Ottanta, il cuore della Rocca ospita una collezione di oltre mille bambole e giocattoli realizzati dal XVIII secolo ad oggi.
Enormi teche di vetro custodiscono esseri immobili fatti di cera, porcellana, cartapesta, legno, stoffa.
Un mondo in miniatura, a tratti inquietante, condensato in dodici sale.
Migliaia di occhi puntati sui visitatori: nel silenzio, si ha quasi l’impressione che quegli sguardi siano in grado di trapassare chi, fuori dal vetro, li osserva. Pose plastiche, rivestite di abiti sontuosi e perfetti nei dettagli.
Bambole-donne, la cui algida fragilità lascia senza parole; bocche socchiuse, congelate sul finire di una frase mai sussurrata.
In un angolo ad una creatura hanno aperto il torace: al posto del cuore, complessi meccanismi metallici. Poco più in là gli automi del XIX e XX secolo, progettati da maestri orologiai, suonano, ballano, si muovono a ritmo di musica, in una dimensione che non ha tempo.
Attorno ad una colonna, un gruppo di cavalli simula una corsa obbligata ed infinita: appartenevano ad una enorme giostra di cui non resta più nulla, se non un abbozzo di moto senza musica.
Poco oltre, riproduzioni fedelissime di case, mobili, suppellettili, palchi teatrali, circhi. C'è posto persino per un micro altare con candelieri e turiboli. 
E ancora,  negozi e aule scolastiche in scala ridotta e altre, tante bambole che ricreano realtà patinate,   perfette, quasi irraggiungibili, atte a svelare i misteri del mondo dei grandi .
E infine un gruppo di creature di stoffa e di legno, che non riesco a definire banalmente “bambole”, mi colpiscono tutte dritto nel cuore. Una cucitura lungo il profilo del viso le accomuna. Pare una cicatrice. Tanti occhi d’una tristezza infinita…

a.t.

a.t.







































martedì 19 settembre 2017

16 settembre 2017 - Brunate






Aria frizzante, cielo a tratti carico di nuvole sopra un panorama dai mille dettagli.
La nostra estate quest’anno non ci ha portati lontano e oggi torniamo ancora una volta in cerca di bellezza lungo le sponde del lago di Como.
Sarò sincera, faccio fatica a superare l’impatto delle linee e dei colori dei monti che lo circondano. Nel mio cervello sono impressi a fuoco altri paesaggi: io amo le rocce vive, i licheni, il vento che ferisce il viso, le voragini e gli strapiombi addolciti di soli rododendri.
Qui, la mia vista è come se non trovasse riposo fra le linee ondulate e nascoste dalla fitta vegetazione ancora verde.
Mi consola solo scorgere, fra le nuvole, la durezza di uno spicchio di Grigna e il tagliente perimetro del Resegone.
Attorno a noi meno turisti rispetto alla media della stagione e, dunque, la decisione di salire fino a Brunate con la funicolare.
Infrango una delle regole che ho sempre cercato di rispettare: raggiungere una cima sempre a piedi, sputando anche l’anima per la fatica.
In questo caso, la montagna non me ne voglia, è stata più la curiosità che altro e forse anche il fatto che non vi fossero le solite code chilometriche in attesa davanti alla biglietteria.
Altro elemento anomalo rispetto a questo periodo della mia vita: sto salendo verso uno dei punti più spettacolari della zona e non ho portato la mia macchina fotografica. Mi sento amputata, ma allo stesso tempo ciò mi dà modo di riflettere sui tanti mondi paralleli che creiamo, riproducendo ciò in cui siamo immersi.
Milioni di scatti: ognuno documenta frammenti di realtà, li riproduce, li mette in rete, li duplica, li rende visibili ad altri occhi. Uno spazio-tempo che resta lì, ancorato in quel preciso istante e che parallelamente vive nelle dimensioni di tante menti, di innumerevoli pensieri.
La funicolare parte a pieno carico: la tentazione di scattare almeno una foto con il cellulare è tanta. Mi lascio contagiare dal destino comune: ogni passeggero documenta il suo presente con una serie di click. Forse si perde anche il presente, risucchiato dall’ansia di documentarlo e poi metterlo in rete.
E’ questo il gioco: sospendere il tempo-spazio, per ritrovarlo a distanza di ore, giorni, anni, intatto nella sua perfetta e sterile riproduzione.
I sette minuti di risalita passano velocemente: fisso la terra, le pietre, gli alberi che scorrono appena fuori dal finestrino. Un pezzo del mio tempo scorre via con essi.

Brunate, borgo particolare. Un angolo scelto in passato per costruirvi le più belle ville liberty della zona, che ancora spalancano le loro finestre, come occhi stupiti davanti a tanta bellezza.
Non starò qui a trascriverne la storia: il web è stracolmo di notizie e particolarità in merito.
Scriverò, ma più per me,   dell’emozione che mi prende ogni volta che dall’alto osservo il mondo.
Appena sotto la cassa toracica   si fa sentire   una sorta di scossa che mi costringe a rallentare il respiro, a farlo più profondo e con essa la sensazione di poter abbandonare, per qualche frazione di secondo, il quotidiano.

sabato 19 agosto 2017

17 luglio 2017 - Castello di Somma Lombardo



Il rombo di un aereo, uno dei tanti, spezza il silenzio che circonda il castello di Somma.
Un contrasto netto che mi risveglia per pochi istanti da un sogno: presente e passato si scontrano nel cuore di un paese dall’aria anonima. Quando il silenzio cala nuovamente, tornano a rivivere le tracce dell’immenso potere dei Visconti.

Il castello di Somma ha origini che risalgono al IX secolo: questa necessità di barricarsi dietro mura, di erigere verso l’alto, di dividere, di nascondere, è storia che si ripete da sempre. I castelli, che tanto mi affascinano per le loro origini e motivazioni, per le loro strutture possenti che in me evocano certezze, solidità, confini netti, finiscono poi sempre per lasciarmi dubbi, veli oscuri.

Nella seconda metà del 1200 il castello di Somma viene eletto a punto di difesa dei confini del Ducato di Milano.
Solo duecento anni dopo, un balzo in avanti che sulla scala del Tempo potremmo identificare con lo schiocco di due dita, 
Francesco e Guido Visconti decidono il suo ampliamento, lo cingono con un profondo fossato e ne determinano il cambio d’uso.
Non più rocca difensiva, ma semplice ( il termine non è da intendersi dal punto di vista letterale!) residenza.
A quel punto un nuovo cambio di rotta. La sontuosa dimora e   i vasti possedimenti adiacenti vengono spartiti: al ramo dei Visconti di Modrone, spetta la parte più antica ; a quello dei Visconti di San Vito, la parte più recente,  con la vicina area cimiteriale, ricca di una fitta vegetazione che comprende la celebre pianta di Cipresso le cui radici sono ancora conservate nell’atrio d’ingresso del castello.
Un cimelio lugubre, messo lì  alla gogna,  lustrato a specchio come  una reliquia, a memoria della fine ingloriosa di quello che fu un albero maestoso, le cui radici furono spezzate durante gli scavi della strada statale che lambisce le mura del castello. E si sa, senza radici non c’è possibilità di presente, né di futuro….
Altro schiocco di dita: 1950, il marchese Alberto Visconti di San Vito torna a riunire la proprietà e li vi dimora fino alla sua morte, nel 1997.
La Storia qui si conclude: nessun erede ad adottare il castello di Somma che, per volontà testamentaria, passa ad una Fondazione privata.

a.t.











12 marzo 2017 - Rocca Sforzesca di Soncino



Metti una giornata perfetta, nell’azzurro del suo cielo.
Metti che quel cielo sia senza nuvole e che avvolga un borgo medievale, racchiuso fra antiche mura.
Metti un silenzio che aleggi lungo le vie, al quale noi di città non siamo più abituati e che quasi ci mette timore.
Metti che, all’improvviso, il tuo sguardo resti incatenato ad un castello, ma non ad uno qualunque, ma proprio a quello che hai più volte sognato e disegnato da bambina. Il castello ai tanti merli, dai muri che hai sempre colorato di rosso, dalle impercettibili finestre, dalle torri angolari, dai ponti levatoi sospesi sopra ad un fossato.
L’ho guardato dal basso “il mio castello”, sono scesa nel punto più profondo, dove un tempo l’acqua impediva il passaggio, ed ho appoggiato una mano alla base della torre più alta e mi son sentita parte di un’altra storia.